Colonne Sonore Originali

Il Suono del Tempo - Original SoundTrack

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Il suono del tempo, corto del 2024 diretto da Mario Pistolese e scritto insieme a Raffaele Ceriello, con Francesca Romana Bergamo nel ruolo di Gaia, la partecipazione di Cristina Donadio e Gianfranco Gallo, e le musiche originali di Giovanni Block, è un’opera che riflette sul ruolo dell’arte nella capacità di ricostruire la propria identità.
La vicenda ha per protagonista Gaia (Francesca Bergamo), giovane artista chiamata a realizzare un progetto nelle Officine San Carlo, spazio industriale recuperato dalle rovine di una ex fabbrica Cirio, dove suo padre aveva lavorato prima della chiusura. Le vicende creative di Gaia si intrecciano intimamente con l’elaborazione dell’abbandono paterno (fin quando era ancora nella culla) che diventa il nucleo emotivo e simbolico della sua ricerca. In questa prospettiva, il riuso del passato e l’arte non sono solo strumenti di espressione, ma veri e propri dispositivi di conoscenza: attraverso la manipolazione della materia e la ricomposizione dei frammenti, la protagonista tenta di comprendere qualcosa di più profondo di sé e delle proprie origini
Così, anche la riconversione dell’ambiente in laboratorio artistico assume un valore simbolico: l’arte non è semplice decorazione ma, come sottolinea Barenghi in Poetici primati, costante atto di riuso e di riscrittura e con Gaia diventa un tentativo di ricostruire il proprio passato frantumato, riciclando rifiuti abbandonati nell’ex fabbrica.
L’ingresso di Gaia nel laboratorio segna il passaggio da un mondo dismesso a uno nuovo, come se la soglia stessa del luogo fosse un varco simbolico. L’entrata, con la sua valenza quasi carnale, sembra come un imene tagliato, una vagina primordiale, attraverso cui la protagonista rientra per dare avvio a una rinascita, un ritorno alla culla dell’esistenza e dell’arte. Tutto, infatti, parte da lì: dall’abbandono e dal riuso, dal gesto che trasforma il residuo in memoria. Gli oggetti di scena — frammenti di vita e di lavoro — conservano un’aura metacomunicativa: sono presenze che parlano, che mantengono il ricordo e che, proprio per questo, diventano pezzi di un puzzle da rimettere a ritroso, elementi di un linguaggio emotivo che precede la parola, sporcati – non per questo depotenziati – dal dolore.
Su questa base, Il suono del tempo costruisce la sua riflessione più profonda: l’arte come gesto riparatore, come modo per dare forma all’invisibile e rendere udibile il tempo. Il titolo stesso richiama una dimensione in cui il tempo non è solo misurazione, ma vibrazione, percezione interiore. È, per dirla con Bergson, durata vissuta, ritmo dell’anima. Le musiche di Giovanni Block rafforzano questo impianto concettuale: i suoni metallici, le risonanze delle officine, i silenzi e i rumori del lavoro diventano tessuto sonoro che accompagna la rinascita della protagonista.
La sceneggiatura di Pistolese e Ceriello è ben costruita e poggia la sua forza proprio su questa metafora dell’arte come custode e ricostruttrice di immaginari universali. Ogni scena sembra interrogarsi su cosa resti dell’umano dopo la dismissione, su come la materia possa ancora raccontare ciò che la storia tende a dimenticare. Tuttavia, a fronte di una struttura visiva e concettuale solida, i dialoghi appaiono meno efficaci: rigidi, a tratti didascalici, non riescono sempre a restituire la tensione emotiva che la regia, gli attori e la fotografia costruiscono con eleganza. È come se la parola, pur centrale nel discorso artistico del film, non fosse del tutto in grado di reggere il peso della sua simbologia. (Francesco Amoruso)